Collana

I libri di Omar

La collana I libri di Omar è dedicata allo sviluppo e all’approfondimento delle prospettive di ricerca aperte da Omar Calabrese nei campi della teoria dell’arte e dell’immagine, dell’estetica sociale e dei vari ambiti della comunicazione.
La collana è pubblicata da La Casa Usher.

La direzione editoriale è curata da: Maria Cristina Addis, Lucia Corrain, Massimiliano Coviello, Elisabetta Gigante, Stefano Jacoviello, Tarcisio Lancioni, Angela Mengoni, Francesca Polacci, Francesco Zucconi.

Lucia Corrain, Il velo dell’arte. Una rete di immagini tra passato e contemporaneità, 2016.

Il velo dell'arte (copertina)

Con un costante dialogo tra opere d’arte del passato e della contemporaneità, il volume mette in rete costellazioni di immagini che, a dispetto dei differenti media cui sono riconducibili, entrano tra loro in sinergia per dare luogo a nuove e inattese configurazioni di significato. È il caso del velo albertiano, messo in risonanza con I giardini di Compton House di Peter Greeneway, con l’installazione Rahmenbau a Kassel e con il video The veiling di Bill Viola. Anche i tagli di Lucio Fontana e le colate di colore di Hermann Nitsch sono relazionabili alla ferita al costato di Cristo, cosi come il seicentesco quadro a lume di notte dialoga, sul piano del coinvolgimento passionale dell’osservatore, con le video-installazioni dello stesso Bill Viola. E ancora, le appassionate forme del dolore presenti nel bolognese Compianto di Niccolò dell’Arca trovano un riscontro in un’opera della piena contemporaneità, la Pietà del Kossovo di Pascal Convert. Il passaggio dalla figuratività alla totale astrazione si coglie, in particolare, nella Rothko Chapel di Houston, dove il modus operandi dell’artista americano propone un rapporto con l’osservatore analogo a quello che il Beato Angelico già aveva sperimentato nelle celle del convento di San Marco a Firenze. A queste corrispondenze si aggiunge Maurizio Cattellan, che nella sua recente esposizione al Guggenheim Museum di New York sembra rapportarsi sorprendentemente con le seicentesche wunderkammer e, prima ancora, con gli ex voto da secoli esposti nei santuari.

Lucia Corrain insegna Semiotica delle arti nel corso di laurea triennale Dams e Semiotica del visibile nel corso di laurea magistrale in Arti Visive presso l’’Università di Bologna. Ha pubblicato numerosi articoli su problematiche riguardanti la teoria delle arti. Ha scritto, fra gli altri, Semiotica dell’’invisibile (Esculapio 1994); ha curato i volumi Leggere l’’opera d’’arte II (Esculapio 1999); Victor Stoichita, Cieli in cornice (Meltemi 2002); Semiotica della pittura (Meltemi 2004); Louis Marin, Della rappresentazione (Mimesis 2014).

Omar Calabrese, Serio ludere. Sette serissimi scherzi semiotici, 2015.

Serio ludere (copertina)

Con un felice ossimoro, Serio ludere, Omar Calabrese chiarisce il suo programma: “il mestiere di pensare è nobile…… implica responsabilità, ma non vedo perché debba essere svolto con sussiego, con senso di sofferenza fisica e morale, con spirito di distanza dal mondo. Non vedo perché, attuando l’arte del commento e dell’interpretazione non ci si possa e debba anche divertire e…far divertire”. Campo di applicazione di questa costante ricerca sono i fenomeni della cultura di massa e il significato che essi assumono nella nostra società, un interesse che Calabrese ha sviluppato accanto alle ricerche dedicate all’’arte e alla semiotica visiva. Anzi, è proprio dai fenomeni di massa che egli ha iniziato il suo percorso di studio. Il semiologo Calabrese si concentra su una serie di oggetti e figure prodotte dalla cultura di massa, nascoste nel gioco, nell’’innovazione tecnologica, nel fumetto, nei miti popolari, sempre con tono divertente e divertito, ma anche con la stessa attenzione e precisione metodologica che si è soliti dedicare agli oggetti alti, “colti”. Mostra così che in questi fenomeni quotidiani si riflettono i modi di essere di un’intera società. Ecco dunque che Serio ludere si colloca in continuità con altri due classici: Miti d’oggi di Roland Barthes e Apocalittici e integrati di Umberto Eco. Ai sette serissimi scherzi semiotici dell’’edizione originaria, sono qui aggiunti numerosi testi che si immergono nella lettura degli anni Ottanta, per la comprensione di trasformazioni strategiche del nostro tempo. L’’appendice A proposito di Omar racconta l’’intenso incrocio di sguardi su Calabrese fra un maestro, Umberto Eco, e un allievo, Stefano Jacoviello, e riporta l’’affettuoso ricordo di Maurizio Bettini su vicende del genere “Serio ludere” in cui l’’amico è riuscito a coinvolgerlo.

Omar Calabrese (1949-2012) ha insegnato all’’Università di Bologna ed è stato professore ordinario di Semiotica delle arti all’’Università di Siena, dove ha diretto anche la Scuola Superiore di Studi Umanistici. È stato Visiting Professor a Yale, all’’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e in numerose altre università europee e americane. Ha fondato e diretto la rivista “Carte Semiotiche”. Nelle collezioni de La casa Usher sono presenti L’’arte dell’’autoritratto (2008), La macchina della pittura (2012) e Il Neobarocco (2013).

 

Daniele Guastini, Genealogia dell’immagine cristiana. Studi sul cristianesimo antico e le sue raffigurazioni, 2014.

Genealogia dell'immagine cristiana (copertina)

Nessuna delle grandi religioni ha avuto con l’immagine un rapporto così stretto come quella cristiana, fede in un Dio trascendente e incarnato, eterno e storico, che per questo si è posta da subito come essenziale la domanda su come e dove vedere il “Dio invisibile”.
Eppure, i remoti iniziali passi della vita delle immagini cristiane, avvenuti alla flebile luce delle catacombe e delle domus ecclesiae o annunciati negli scritti dei primi padri della Chiesa, non sono facili da decifrare. Spesso considerati nient’altro che meri primordi di una tradizione solo dall’epoca bizantina in poi giudicata davvero significativa, forse celano, invece, la vera essenza dell’immagine cristiana; quella che per secoli ha influenzato la tradizione iconografica occidentale e in un certo senso allunga ancora oggi la sua ombra sulla nostra civiltà dell’immagine.
Specialisti italiani e stranieri di diverse discipline, dalla storia del cristianesimo alla storia dell’arte, dalla teologia all’estetica, sono chiamati in questo libro a rispondere, in modo diretto e senza accademismi, agli interrogativi intorno alle origini dell’immagine cristiana e ai suoi potenti riflessi nella storia della nostra cultura.
Introdotto da D. Guastini, il libro si articola in due grandi aree tematiche: la prima, che si estende all’ambito della storia dell’arte e dell’estetica, contiene saggi di M. Andaloro, A. Ardovino, S. Bigham, P. Del Soldà, R. Diodato, M. Feyles, G. Fornari, R.M. Jensen, E. Russo, X. Vert; la seconda, che si estende all’ambito della filosofia, della storia del cristianesimo e della teologia, contiene saggi di S. Bancalari, M. Bettetini, C. Bordino, L. Canetti, M. Casu, G. Filoramo, G. Lettieri, A. Magris, A. Piras e C. Presezzi.

Omar Calabrese, Il Neobarocco. Forma e dinamiche della cultura contemporanea, 2013.

Il neobarocco (copertina)Negli ultimi mesi della sua vita Omar Calabrese era tornato ad analizzare le dinamiche e i prodotti culturali del nostro tempo per chiedersi se il gusto neobarocco sia ancora attuale o se non abbia preso caratteri differenti. Gli si rivela un mondo in cui le forme barocche che avevano dominato la cultura di fine millennio tendono a degenerare, a “imbarocchirsi”, a farsi autoreferenziali e ripetitive e in cui le logiche cortigiane della dissimulazione, già descritte da Baltasar Gracián, si ripropongono come modello perverso dell’agire politico e sociale.
Nel pubblicare gli scritti che Calabrese aveva destinato a un nuovo libro sul Neobarocco si è ritenuto utile riunire a essi l’insieme dei testi che egli ha dedicato all’estetica sociale, a quella ricerca sul gusto neobarocco nella cultura contemporanea che lo ha impegnato dagli anni Ottanta fino agli ultimi mesi della sua vita. Pertanto in questo volume, oltre ai testi inediti, si trovano quelli già contenuti nel fortunatissimo L’età neobarocca del 1987 e un’ampia parte di quelli presenti in Mille di questi anni del 1991. In questo modo si offre una visione articolata del pensiero estetico di Calabrese dedicato alla forma del gusto. Ripercorrendo l’itinerario dell’autore si coglie come le manifestazioni sociali e artistiche degli ultimi tempi siano la conferma che lo spirito neobarocco si è stabilizzato. Dice lo stesso Calabrese: “Quando L’età neobarocca uscì, partivo dalla costatazione che ci fosse un desiderio di diversità, innovazione e gioco all’interno dei fenomeni collettivi. Oggi, forse, si può affermare che il sentimento della sorpresa, del virtuosismo e dell’originalità è diventato sempre più stereotipato, e che dunque si palesa, a volte, soltanto nella ricerca delle forme, senza toccare più di tanto i contenuti”.

Omar Calabrese (1949-2012) ha insegnato per oltre venti anni all’Università di Bologna ed è stato poi professore ordinario di Semiotica delle arti all’Università di Siena, presso cui ha diretto anche la Scuola Superiore di Studi Umanistici. È stato Visiting Professor a Yale, all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e in numerose altre università europee e americane. Ha fondato e diretto la rivista Carte Semiotiche.
È autore di oltre venti opere tra cui Il linguaggio dell’arte (1984), L’età neobarocca (1987), Mille di questi anni (1991), Breve storia della semiotica (2000), Tiziano e la Venere di Urbino (2003), Come si legge un’opera d’arte (2008), Il trompe-l’oeil (2010). Nella collezione Usher arte è presente L’arte dell’autoritratto (2008); nella collana  I libri di Omar de La casa Usher è stato recentemente ripubblicato il fondamentale La macchina della pittura.

 

Tarcisio Lancioni, Il senso e la forma. Semiotica e teoria dell’immagine, 2012.

Il senso e la forma (copertina)

Come scrive Omar Calabrese nell’introduzione: “Questo libro potrebbe essere intitolato, con assoluta legittimità, Alle radici della semiotica dell’arte“.
Il senso e la forma propone infatti una rilettura in chiave semiotica delle teorie formali dell’arte, mostrando come quelle teorie, con la loro peculiare attenzione all’organizzazione espressiva delle opere d’arte visiva, possano offrire un contributo rilevante allo studio dei modi di significazione delle immagini, concorrendo con ciò anche a un ripensamento della stessa teoria semiotica, in una prospettiva meno legata ai caratteri della lingua verbale.
D’altro canto, Il senso e la forma mostra come la riflessione semiotica, avendo superato la tradizionale dicotomia fra “forma” e “contenuto”, possa dare un apporto di assoluto rilievo nella descrizione e nella comprensione del significato delle “forme” con cui le immagini ci si presentano (oltre che del carattere formale del loro contenuto), e ambire con ciò a un ruolo centrale nel panorama odierno degli studi sull’immagine.
Il senso e la forma parte da un prologo su semiotica e arti visive; nella prima parte si sofferma sulla teoria della “visibilià pura” e sui suoi rapporti con le correnti filosofiche del neo-kantismo e della fenomenologia, nella seconda sugli sviluppi della teoria formale dell’arte, nella terza sulla semiotica delle arti visive e dell’immagine.

Tarcisio Lancioni insegna Semiotica dell’immagine e Semiotica della cultura presso l’Università di Siena, dove dirige anche il Centro di semiotica e teoria dell’immagine Omar Calabrese. È direttore della rivista Carte semiotiche.
Tra le sue pubblicazioni recenti: Immagini narrate. Semiotica figurativa e testo letterario (Mondadori, 2009); Jan Van Eyck e gli “Arnolfini”, o le avventure della pertinenza, in Ceriani e Landowsky, Impertinenze (Et al, 2010); La natura di un burattino, in Fabbri e Pezzini, Pinocchio. Nuove avventure tra segni e linguaggi (Mimesis, 2012); The Lawless. Passioni e azione collettiva e Tra passione e narrazione, in Del Marco e Pezzini, Passioni collettive. Cultura politica e società (Nuova Cultura, 2012).

 

Louis Marin, Opacità della pittura. Saggi sulla rappresentazione nel Quattrocento, 2012.

Opacità della pittura (copertina)

E’ lo stesso Louis Marin a guidarci verso il significato del titolo di questa straordinaria raccolta di saggi, che costituisce l’opera più importante di questo fondatore di una nuova scuola di pensiero: “il segno è sia oggetto che rappresentazione. Considerato come oggetto, il segno focalizza su di sé la visione dello spirito: non rappresenta nulla, ma presenta sé stesso. In quanto rappresentazione si sottrae alla riflessione e sposta la visione dello spirito da sé stesso all’oggetto che intende significare. Il segno è quindi come il vetro trasparente che rivela qualcosa di diverso da sé: quando diventa opaco cessa di sottrarsi alla sua trasparenza per offrirsi alla vista e catturarla”.
I saggi di Marin sulla pittura del Quattrocento (Signorelli, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Filippo Lippi…) ruotano quindi attorno al concetto di opacità, che non va inteso come “mancanza di chiarezza” della pittura, ma al contrario come momento nel quale il segno del pennello cessa di essere semplice “rappresentazione” e diviene strumento che rivela il più profondo significato del senso stesso del “rappresentare”.
L’analisi di Marin arriva così a considerare anche la materialità e la fisicità dell’opera pittorica, focalizzandosi sul “come funziona”, piuttosto che sul “che cosa significa”, e sui modi con cui l’immagine riesce a imporsi come “vera” dal punto di vista della percezione, ma anche e soprattutto dal punto di vista della legittimità politica e religiosa.
Una delle principali caratteristiche di Opacità della pittura è quella di far dialogare le preoccupazioni teoriche del presente con gli oggetti del passato arricchendo la comprensione delle une e degli altri.

Louis Marin (1931-1992) è stato direttore di studi all’ Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ha consacrato una parte importante del suo lavoro all’interpretazione dei testi e delle immagini del XVII secolo francese e alla nozione di rappresentazione.
Tra le sue opere nel campo delle arti visive si ricordano Détruire la penture (Galilée, 1977), Le Portrait du Roi (1981), De la représentation (Gallimard, 1994), Politiques de la représentation (Kimé, 2005).

William J.T. Mitchell, Cloning terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi, 2012.

Cloning terror (copertina)

Cloning Terror rappresenta il contributo fondamentale di William J.T. Mitchell alla riflessione contemporanea sull’immagine.
L’attenzione dell’autore si concentra sul ruolo che le immagini hanno svolto nella Guerra al Terrore inaugurata col crollo delle Torri Gemelle e non ancora conclusa. Questa guerra perpetua si è rivelata infatti una “guerra delle immagini” la cui posta in palio è il governo biopolitico dei viventi.
La metafora attraverso cui l’autore conduce la propria analisi è la clonazione, emersa come “l’immagine stessa del produrre immagini”, la condensazione simbolica di un intero spettro di rivoluzioni nei media, nella tecnologia e nei fenomeni biopolitici.
Guerra al Terrore e clonazione, che definiscono il campo di questa indagine, si incrociano nel concetto che dà il titolo al libro, Cloning Terror. Tale espressione si riferisce al tempo stesso al terrorismo, una malattia autoimmune del sistema capitalistico che si diffonde attraverso i nuovi media, e al terrore della clonazione in sé, legato a paure ataviche circa la copia, l’imitazione e la vita artificiale.
L’”iconologia del presente” cui Mitchell dà voce rappresenta dunque sia un contributo alla “storia critica del presente” di ascendenza foucaultiana, sia una riflessione estetica sulle immagini che caratterizzano maggiormente il nostro tempo.

William J.T. Mitchell insegna Inglese e Storia dell’arte presso l’Università di Chicago e dirige la prestigiosa rivista Critical Inquiry. È il più illustre esponente della Visual Culture, un campo di ricerca delle scienze umane che studia il ruolo e il potere delle immagini all’interno delle culture.
Tra le sue pubblicazioni più recenti vanno ricordate What Do Pictures Want (University of Chicago Press, 2005) e, con Arnold Davidson, The Late Derrida (University of Chicago Press, 2007). In italiano è disponibile la raccolta dei suoi saggi, a cura di Michele Cometa, Pictorial Turn. Saggi di cultura visuale (Due Punti, 2009). Degna di nota è anche la sua partecipazione al convegno dedicato alla storia delle immagini svoltosi nel febbraio 2010 alla Sapienza di Roma, da cui ha tratto origine il testo Alla fine delle cose pubblicato da Usher arte.

Omar Calabrese, La macchina della pittura. Pratiche teoriche della rappresentazione figurativa fra Rinascimento e Barocco, 2012.

La macchina della pittura (copertina)

La macchina della pittura è una delle opere più importanti di Omar Calabrese. Pubblicata da Laterza nel 1985, costituisce tuttora un punto fermo nella ricerca sul linguaggio delle immagini.
L’idea di fondo di questo libro è che nei dipinti vi sia una tensione teorica che porta le opere stesse, con il proprio linguaggio visivo, a interrogarsi sul senso di fare pittura. Attraverso una serie di analisi condotte su dipinti realizzati tra il Quattrocento e il Settecento, che costituiscono affascinanti episodi dell’arte di Holbein il Giovane, Piero della Francesca, Bruegel il Vecchio e altri artisti di quel periodo, l’autore propone una teoria della pittura che utilizza la semiotica in un confronto con teorie di ambito diverso, come l’iconologia warburghiana, le teorie formali dell’arte, la topologia matematica e altre ancora.
Grazie a queste aperture La macchina della pittura si presenta oggi come opera di grande attualità perché costituisce uno strumento importante per unire le preoccupazioni teoriche del periodo in cui è stata scritta e molte problematiche sviluppate più di recente, sia nell’ambito dei Visual Studies, sia in quelli della storia dell’arte più attenti agli aspetti teorici e interpretativi delle opere.
Per il dibattito teorico attuale La macchina della pittura costituisce una grande lezione di metodo e anche per questa ragione è stata scelta per inaugurare la collezione intitolata I libri di Omar, in cui seguono altri importanti testi di Calabrese, insieme a opere di altri studiosi, compresi i suoi allievi.

Omar Calabrese (1949-2012) ha insegnato per 22 anni all’Università di Bologna e successivamente è stato professore ordinario di Semiotica delle Arti all’Università di Siena, presso cui ha diretto anche la Scuola Superiore di Studi Umanistici.
È stato Visiting Professor a Yale, all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, alla Complutense di Madrid e in molte altre università europee e americane.
Ha fondato e diretto la rivista Carte Semiotiche.
È autore di oltre venti opere tra cui Il linguaggio dell’arte (1984), L’età neobarocca (1987), Mille di questi anni (1991), Breve storia della semiotica (2000), Tiziano, la Venere di Urbino (2003), Come si legge un’opera d’arte (2008), L’arte dell’autoritratto (2008), il tromp-l’oeil (2010).